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ERA MIO PADRE

Il 13 settembre Carlo Henke ci ha lasciato. Per sempre.
Scrivere un articolo sul proprio padre senza cadere nella retorica è molto difficile, soprattutto se a scriverlo è qualcuno che per oltre quarant’anni anni è stato in costante contatto con lui, in famiglia, nel lavoro, nello sport, nei divertimenti, nelle amicizie.
Non ho intenzione di fare la storia di un uomo che, nell’ambito delle arti marziali, la storia l’ha fatta. Mi limiterò a tracciarne un profilo che, per quanto parziale, possa far conoscere al lettore un personaggio che è stato molto amato e talvolta odiato, ma quasi mai trattato con indifferenza.
La vita di Carlo Henke si deve ad un grave lutto famigliare. Il padre Bruno, maggiore dell’esercito tedesco durante la prima guerra mondiale, e la madre Margherita avevano una figlia, Denise, che morì a 5 anni nel 1936 per una banale peritonite. L’anno seguente nacque mio padre.
Cresciuto nella risolutezza di una ferrea educazione si trovò molto presto a vivere senza genitori, già anziani al momento della nascita. Una vita agiata ma non certo incline all’ozio lo portò a dedicarsi a molte passioni.
Mi sorprese quando mi confidò un giorno: “Mi sarebbe piaciuto fare l’accademia militare”. Ma forse non era propriamente indicata ad un uomo, che pur avendo disciplina ed ordine come punti di riferimento, possedeva un animo molto più liberale di quanto si potesse pensare. Questa forma gerarchica, tipica dei militari, si sarebbe comunque rivelata qualche anno dopo in una disciplina giapponese, il Karate, che ha nella marzialità il suo lato primordiale.
Non riuscì a finire il liceo classico alle scuole marianiste per dedicarsi ai propri genitori ed alla azienda di famiglia, una fabbrica di olii per motori, che da lì a poco sarebbe stata assorbita da una multinazionale.
Si dedicò a diversi sport. La passione per il calcio lo portò a prestare tempo e denaro in una disciplina che non avrebbe poi mai smesso di seguire. Frequentò una palestra di pugilato vincendo i primi due incontri, ma al terzo decise di seguire altre strade e nel 1966, anno della mia nascita, iniziò la pratica del Karate. Le botte, a quei tempi, non sembravano essere molto diverse dal pugilato…
Nel 1969 un grave incidente lo avvicinò alla morte per la prima volta. La macchina di un turista tedesco – ironia della sorte – lo sfiorò appena mentre passeggiava sul bordo della strada, ma la roulotte che la seguiva lo prese in pieno trascinandolo per diversi metri sotto le ruote. “Abbiamo fatto tutto il possibile” dissero i medici a mia madre Gianna, sua prima moglie, quando si presentò in ospedale. Ma il destino questa volta non gli fu avverso e, pur perdendo un rene e con alcune vertebre fratturate, riuscì lentamente a recuperare. Quando si presentò all’ultima visita medica gli dissero che avrebbe potuto guidare una berlina molto comoda e, al massimo, giocare a golf. La berlina la tenne pochi mesi e siccome non era particolarmente incline a seguire i consigli dei medici, si comprò subito un’auto sportiva e poco dopo riprese a frequentare il corso di Karate.
Ha sempre avuto stima e riconoscenza per il Maestro Hiroshi Shirai, suo principale insegnante, che ha sempre trattato con adeguata deferenza ma senza mai subirne particolari assoggettamenti psicologici.
Rispetto e cortesia le manteneva con tutte le persone che incontrava ma non sopportava le ingiustizie e le angherie gratuite. Un giorno cacciò dalla palestra un allievo cintura nera reo di aver più volte malmenato in allenamento alcune giovani cinture bianche, non prima di averlo fatto “salutare” da tutta la squadra agonistica di kumite.
Aveva un forte carisma sia sul tatami che al di fuori e riusciva ad individuare e far emergere le qualità di una persona. Una volta, dieci minuti prima di una lezione in palestra, si rivolse a me, poco più che ventenne, e disse: “Questa sera insegni tu!” . “Io? Chi… A loro?”, risposi rivolgendo lo sguardo ad atleti che avevano anzianità sportiva ed anagrafica ben più elevata della mia. Accettai con forte imbarazzo e feci lezione ad agonisti che avevano già vinto molti titoli importanti e che seguivo da anni come esempio da raggiungere. Alla fine nessuno di questi si permise di fare alcun commento ed anzi qualcuno si avvicinò per farmi i complimenti. “Quando uno è bravo lo deve dimostrare senza paura…”, mi disse alla fine. Sinceramente non mi ricordo che cosa insegnai ma mi ricordo che con queste poche parole mi aiutò ad avere più fiducia in me stesso.
Né con me, né con mia sorella Denise – avuta nel 1983 dalla seconda moglie Rita, che gli resterà accanto sino alla fine della sua vita – era prodigo di elogi quando salivamo sul podio. Ma sapevamo entrambi che dentro di sé era felice e fiero di noi.
A tutto anteponeva la federazione che aveva creato, la Fesik, e che io scherzosamente definivo “il suo terzo figlio”. Era generoso con chi dimostrava impegno e fedeltà ma severo con chi entrava nella federazione per far valere solo i propri interessi. “Le porte della federazione sono aperte per chi entra e per chi esce” soleva comunque dire, disposto talvolta anche a perdonare alcuni sgarbi passati.
Il Karate e la politica lo assorbivano quasi completamente e nei ritagli di tempo era dedito alla lettura. I saggi storici erano i suoi preferiti. Amava Roma come città e come cultura ed era attratto dalla sua antica civiltà.
I suoi discorsi al pubblico non erano mai lunghi e prolissi ma sempre immediati e diretti. E forse è stato proprio questo modo di presentarsi semplice e sincero che gli ha permesso di raggiungere certi risultati e ad essere apprezzato e stimato da molta gente.
Un aforisma di Jean de la Bruyère, scrittore francese del XVII secolo, mi ha fatto riflettere: “Ci sono tre eventi nell'esistenza di un uomo: la nascita, la vita e la morte; e l'uomo, che non sa di nascere, muore soffrendo e si dimentica di vivere”. Penso che Carlo Henke non si sia dimenticato di vivere… Ha sostenuto la sua esistenza attraverso nobili sentimenti e straordinaria sensibilità, seguito ideali con pervicacia e coerenza, creato strutture con intelligenza ed immaginazione, condotto azioni con costanza e personalità, mantenuto comportamenti moderati e cordiali, raggiunto traguardi nell’assoluto rispetto delle persone e degli eventi.
Una grave malattia lo ha portato via da questo mondo, ma nulla e nessuno potrà mai portarmi via l’orgoglio di poter dire ora e per sempre: “Era mio padre…”.

Sean Henke

Articolo pubblicato sulla rivista mensile Samurai, novembre 2010



 

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